Porto con me dettagli di infiniti colori.
Ritagli di geometrie perfette,
riflessi per riflettere
Piccoli scorci,
rinnovati dalla pioggia sottile
Li custodisco nelle tasche del tempo,
fin quando tutto stingerà
nel grande Inverno
Porto con me dettagli di infiniti colori.
Ritagli di geometrie perfette,
riflessi per riflettere
Piccoli scorci,
rinnovati dalla pioggia sottile
Li custodisco nelle tasche del tempo,
fin quando tutto stingerà
nel grande Inverno
All'estrema punta
dove l'acqua sposa l'antica pietra,
sospingo l’azzurro umido dei miei occhi
lungo quel filo blu,
dove cielo e lago si rimirano.
Là vorrei distendermi
con gli arruffati pensieri,
alla ricerca di un senso
di una linea da seguire.
Inerme lascio che il sole mi baci
lascio che mi penetri,
che accordi la mia voce.
Onda instancabile, scuotimi,
lisciami come i ciottoli
buttami a riva,
ma non frantumarmi,
ora sono una fragile conchiglia.
Vento che culli i pensieri,
accogli i sospiri dell’anima mia,
mentile, ma sussurrale
che nel caos di questa vita
prima o poi
mi ritroverò qui
e sarò Rosa, rosa sulfurea
Presentata al concorso Sirmione in love 2026, ma non si è piazzata.
Rimane comunque una poesia a me molto cara.
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Oggi si è affaccia così,
all’improvviso.
Mento
e cerco se è stata una parola,
una nota, un profumo
a condurla a me.
Non ha bussato alla porta,
non era attesa né agognata.
È furba la Malinconia.
Con la sua trappola gentile
mi invita a lasciarmi andare,
a cavalcare la Nostalgia
come l'onda che conosce
la via del ritorno.
A volte invece arriva piano,
come una foglia che dondola
e cade senza rumore.
E io la seguo con lo sguardo
finché non mi ritrovo altrove,
in un luogo dove ricordi
e sogni ad occhi aperti
turbinano e mi stordiscono.
Quando la giostra rallenta
si apre un varco sottile
una nera botola
si spalanca da sola.
A piedi scalzi
chiudo gli occhi
e senza sapere perché,
mollo i freni
e cado giù.
Chi si è intascato i miei giorni?
Perché li ho lasciati incustoditi,
in balia di mani
che mi rubano
respiri, sospiri, sogni e speranze?
Dove è finita la sorpresa?
Chi mi traghetterà
con occhi nuovi al domani?
mi sfilerò mai le lenti scure
che filtrano luci, paure, calore, colori...
Quando è fissata la partenza?
Non vedo l'ora di imballare l'idea
che non tutto ciò che scordo
e lascio in giro
mi abbandona davvero
Sarò facile da amare?
Chissà chi noterà le ombre
che sfumano i timidi sorrisi,
chi, senza il timore di spettinarmi,
mi ricostruirà nel suo abbraccio?
Il mare è davvero immenso
di fronte a noi...
di fronte ai miei occhi
di ragazza di montagna.
Li chiudo ed assaporo
la brezza leggera che porta
quel profumo di salsedine
intenso, inebriante...
Ma ecco che pensieri ribelli
e invadenti si alzano,
cavalli imbizzarriti
che non si fermano,
aizzati dal vento avanzano,
galoppano, saltano ostacoli,
mi stringono i fianchi
senza timori, instancabili
mi trascinano lontano,
dalla riva sicura.
Il bianco ondeggiare
delle criniere al vento
non mi lascia pace,
mentre i piedi affondano
sempre più
nella sabbia della nostalgia,
inesorabilmente.
La tua mano cerca la mia,
bloccando ogni immagine.
Ora le onde intonano per noi
una nuova melodia,
accarezzi i miei capelli
e ascolto i battiti del mio cuore
che lentamente si placano,
all'unisono con i tuoi.
Tu sei con me, qui con me...
Non aver paura del tempo,
è solo una misura
Accompagna gli attimi dei giorni,
sia che siano densi di luce
o di ombre,
luminosi come scintille
o allietati da silenzi profondi
Toglilo di mezzo, è solo tempo
Non può essere tanto, troppo...
E se il mio respiro
ti arriva ancora oggi
lieve, come per un sospiro,
se lo cogli, come solo tu sai fare,
lieto si fa il mio giorno
Sono solo carezze
di memoria per le nostre anime
e in quel sussurro
il tempo si addormenta
dopo la favola
"Acqua alla luna"
è sera, esco di corsa
lo zaino è pesante:
casa, lavoro, pensieri
logori e stonati da colorare
l’acqua amica mi attende quieta
luci soffuse, rumori lontani
è fresca, morbida
come piace a me
entro piano, un brivido mi coglie
è piacevole, nulla mi trattiene più
nuoto a filo e poi giù:
è apnea
bollicine si formano al mio passaggio
le ritrovo al ritorno, mi guidano luminose
forse oggi credo nelle stelle,
nel loro miraggio
consegno loro la stanchezza,
mi regalano leggerezza
annego amarezze, mi offrono dolcezza,
mi spingo con foga, voglio di più
arriva l’istruttore, le ragazze, la musica
il minuto solo per me è svanito
silenzioso...
si è posato
il ritmo ora è intenso, ho il fiatone,
mi lascio incalzare dal ritmo
regina del mio corpo che si lascia domare
ogni cellula riconquisto, in un lento ritornare
per un’ora soltanto mi lascio andare
e il resto, rimane fuori
a galleggiare nella notte blu,
fino a ricadere giù
C’era una volta un bosco che non stava in nessuna mappa.
Non lo trovavi nei libri, né nei sentieri segnati.
Era un bosco che nasceva dentro una casa, sopra un tavola di legno, eppure respirava come se fosse vivo.
Rosa lo ricevette in dono per il compleanno, quando suo fratello Paolo glielo porse, era fatto con le mani e con il cuore.
Erano pezzi di corteccia, pigne, rami levigati dal tempo.
Ma appena li vide, lei capì che non erano solo questo: erano volti.
E quei volti la stavano guardando come se l’avessero riconosciuta da sempre.
Il primo a farsi notare fu Gibi, il Giovane Barbuto.
Si era camuffato da vecchio con una barba bianca, ma la pelle liscia lo tradiva.
Dall’altra parte, appoggiato come chi ha visto troppi inverni, dormiva il Vecchio Saggio, con il naso lungo e parole antiche che nessuno ascoltava più.
Poi, uno dopo l’altro, emersero tutti gli altri:
Pinna-Pinocchio con il suo naso inquieto, le quattro pigne ribelli ai punti cardinali, Tutto Tondo che si stupiva di tutto, Poli che sembrava avere un solo occhio, Eolo piegato dal vento, ma non dalla vita, Barbalonga e Barbacurta inseparabili, Sherlock col suo monocolo, Smilzo che cercava la luce, El Moret che non si lasciava schiacciare, HP il giovane Hippy, Rughetta nascosta sotto la corteccia, i Gemelli Diversi, Dùnas e Nasstort, Pippo innamorato di Fiammetta, e Pig con i suoi due fratellini.
Rosa li guardò tutti insieme e sentì una cosa semplice e luminosa:
quel bosco era diventato casa sua.
In quel bosco nessuno era uguale all’altro.
C’erano nasi storti, nasi lunghi, occhi grandi, occhi piccoli, pigne disordinate, rami piegati.
Eppure nessuno cercava di essere diverso da ciò che era.
La loro forza era proprio questa:
la diversità come ricchezza, non come distanza.
Pinna-Pinocchio veniva ascoltato anche quando inciampava nelle sue bugie.
Rughetta insegnava che la bellezza non è mai in superficie.
Eolo trovava sostegno appoggiandosi ai due Barba-fratelli.
I Gemelli Diversi mostravano che si può essere uniti senza somigliarsi.
Dùnas e Nasstort si completavano: uno fiutava, l’altro ricordava.
Smilzo veniva invitato ogni giorno a stare un po’ più avanti, dove la luce lo raggiungeva.
Nel Bosco Segreto nessuno era troppo, nessuno era poco.
Ognuno aveva un posto, un valore, una voce.
Un mattino arrivò una grande tempesta.
Il vento soffiava forte, il bosco sembrava sul punto di cadere.
Fu allora che accadde qualcosa di straordinario.
Le pigne si disposero in cerchio per proteggere i più piccoli.
Eolo si mise davanti, sfidando il vento che conosceva bene.
Barbalonga e Barbacurta fecero scudo con i loro corpi robusti.
Il Vecchio Saggio sussurrò parole che calmavano il cuore.
E Gibi, il più giovane, prese per mano tutti gli altri — non con le mani, ma con il coraggio.
Quando la tempesta passò, nessuno era caduto.
Nessuno era rimasto indietro.
Nessuno era stato dimenticato.
Da quel giorno, ogni creatura del Bosco Segreto capì una cosa semplice e luminosa:
La forza non sta nell’essere uguali,
ma nel camminare insieme.
E così continuarono a vivere, ognuno con la propria forma, il proprio carattere, la propria storia.
E ogni volta che qualcuno entrava nella stanza, il bosco sembrava brillare un po’ di più, come se dicesse:
“Qui c’è posto per tutti.
Qui si vive condividendo.”
E vissero così, in una pace fatta di piccole cose, di ascolto, di gentilezza.
Una pace che non fa rumore, ma cambia tutto ciò che tocca.
A volte vorrei avere tela e pennelli,
perché le parole oggi
mi sembrano scialuppe leggere,
inadatte al mare
La lingua inciampa nel vento,
non sa stendere l’azzurro
senza scolorirlo,
non sa fermare l’acqua che sfugge
Con un pennello partirei da quella linea blu,
l’orizzonte teso come un filo
legato al cielo
Poi le vele bianche, a coppie,
che cuciono aria e acqua
nel mare che si specchia nel cielo
Il colore saprebbe restare
in silenzio, senza consumarsi
Eppure, quando il vento alza le creste
e l’onda incrina il confine
anche la tela trattiene il fiato
tesa davanti alle voci dei bimbi
nell’attesa dello scontro
poi vibra — muta —
sotto le risa degli adulti
che si fanno ragazzi
in quel salto contro l’onda
Il colore trattiene la luce
La parola trattiene il respiro
Io e la poesia, sull'orlo del blu
ho camminato a lungo
nel bosco incantato,
dove il brusio consola
e i profumi stordiscono
dove il fossato scavato
per ripararmi dall'oblio
si è lentamente colmato
di detriti, di avanzi,
di ricordi triti e ritriti
ci ho messo tempo,
tanto tempo, troppo...
chissà cosa cercavo
negli occhi, nelle mani
di chi faceva un po’ di strada con me
ci ho messo tanto tempo
a capire che non stavo cercando te,
ma la parte di me
che si era accesa
al tuo sguardo
in un pomeriggio qualunque,
mentre il bosco taceva
e il vento muoveva appena le foglie
ho sentito cosa stavo cercando,
non un volto, né un destino,
né un approdo sicuro
stavo cercando
la scintilla che avevo perduto,
la parte di me
che tremava di vita
quando qualcuno la sfiorava
senza toccarla
ci ho messo tempo,
tanto tempo,
a riconoscere la mia voce nel silenzio,
a capire dov'era il varco
e che il cammino
ero io
silenzioso è il mio corpo,
in quest'alba dorata
perdonami Amore
se a volte nuoto
in un mondo lontano,
lontano dai tuoi confini,
nel regno del nulla
dove pallido è il sole
perdonami Amore
se mi allontano, intrappolata
nei colori dei sogni sognati,
mentre svanisce il tuo odore
dalla mia pelle
perdonami Amore
per le parole non dette,
per i silenzi soffici
che rivestono le spalle,
per le mani chiuse
perdonami Amore
se scelgo, stamane,
di sciogliermi qui
Aprirò lo scrigno
dove avevo scritto il nome
e dove tu sei stato il mio silenzio
Lo chiuderò in una bottiglia
insieme a quel sogno
quello che nessuno sa
Raccoglierò le briciole di nostalgia
che crepiteranno
come foglie d'autunno
Butterò le incertezze
anche se pesanti
come antiche cortecce
Abbatterò a mani nude il labirinto
dove avevo nascosto al mondo
la mia essenza
Vorrei ricostruire un orizzonte
più dolce dove orientarmi
spingendo lo sguardo lontano
Scioglierò il timore di smarrirmi
laggiù, dove le parole risuonano
come un canto dolce
Dove l'eco rimbomba
ancora, al ritmo del mio sentire
che ha modellato i giorni
e le paure, come argilla bianca
Ma...
perché le tue note vibrano
ancora dentro me
se io non so dove le ho seppellite
appoggio i pensieri
ai riflessi del tempo
che sbiadisce i miei giorni,
ma lentamente,
e scopre la luce che filtra
senza rumore
non leggo favole
non cerco brividi
non raccolgo frutti
invento solo colori nuovi
guardandomi le mani
toccandomi gli occhi
sussurrando note sopite
per respirare piano
in questo mio giardino
dove raccolgo
avanzi di poesia
uno stanco pensiero vestito a notte
si infila tra le lenzuola,
mi avvinghia stretta,
vuol farmi sua, e mi consuma…
brandelli d’orgoglio
imprigionano le membra,
eremiti pensieri scavano
la mente stanca
forse ho amato troppo,
o troppo poco
il vento di domani torna
sempre uguale e fugge lontano
la giostra dei giorni
satura le ore
di disincanto
gonfiando i rimpianti...
Mi sono vista riflessa,
per il tempo d'un fremito d’ali
imprigionata,
poi libera e sollevata
Il confine, tra dentro e fuori
dipendeva solo da me:
dalla prospettiva,
dalla direzione,
una scelta,
dal mio decidere dove stare
Ma non per loro —
anime vuote custodite in abiti bianchi,
spose a lutto di vite sospese,
inermi in gabbie di ferro,
trattenute da ragnatele
visibili e nascoste
Senza più occhi per specchiarsi,
senza bocca per cantare o urlare,
senza un fuori da poter scegliere,
senza futuro da disegnare,
mute, con una storia
da raccontare
Ispirata dall'Opera di Chiharu Shiota
Fili leggeri
un cuoricino
un tenero pensiero
spensierato
L’arte ci ha chiamate qui,
dove i fili si intrecciano
e le storie si annodano
Vorrei che questo filo rosso
ci ricordi il momento
speciale tutto al femminile
Tutto nostro e unico come noi
Fiori diversi nel giardino del mondo
È piccolo, semplice,
di legno chiaro,
liscio,
con la testa un po' consumata
Porta i segni del tempo,
come la mano
che ha lavorato tanto
senza mai smettere di amare
Lo tengo tra le mani
come si tiene uno scrigno
che trattiene memorie
di una storia viva
Non sei solo legno,
sei la carezza morbida
che ha girato paziente
giorni, sughi, attese e ricordi
Hai imparato la forma della cura,
hai cullato il borbottare lento
del ribollire in pentola,
dei pensieri sussurrati sottovoce
Il tempo cuoceva piano,
sciogliendo nodi e nutrendo attimi
sereni o difficili
con la stessa pazienza
Ora abiti con me
nel silenzio di un girotondo
continua a vivere
il suo sorriso
un’ombra ti segue,
un’inquietudine sottile
si muove accanto a te,
dentro te
Provi a correre a ignorarla,
ma non puoi sfuggire,
il fiato si accorcia,
il respiro punge
Lei ti gira attorno,
è dappertutto, non ti lascia,
allora ti fermi…
e ti lasci prendere
Ti avvolge, ti attraversa,
ti incanta — ti tormenta un po’ —
ti spinge, ti coccola,
fino a che l’emozione
si fa corpo,
e la magia si compie
... tu la lasci
Lei va per la sua strada
figlia che lascia casa e va per il mondo
Ci sono amori
che sono diventati nuvole
Si librano leggeri,
sulla scia di un dolce profumo
che respiri piano piano
Hai imparato con loro
a non trattenere il respiro
a non aspettare domani
a fidarti del tempo
anche quando non si -spiega-
e le vele sono inutili
Nuvole d'amore restano intatte
come ricordi dai tenui colori
arcobaleni trasparenti,
acquarelli incompiuti
Tesori che invece di occupare,
fanno spazio,
aria
nel petto
ti ricordi
quando la sera
scendeva lenta e vuota?
tu restavi
senza più domande,
come se bastasse
respirare le mute risposte
che il cuore ti sussurava
credevi di essere in ombra
era solo sera,
c’era sempre un po' di luce
in quel tuo modo tenace
di resistere
non sapevi ancora
che l’assenza
sa aprire spazi,
che il silenzio
può diventare cielo,
che dalle crepe
filtra luce dorata
oggi ti guardo
e sorrido:
non eri sperduta,
eri in cammino,
come me, oggi
Domani
non cercarmi
in un volto affilato
o in un fiore raro
Lasciami andare,
ma solo un giorno alla volta
Ti raggiungerà un soffio
ne sentirai il profumo,
appeso a un sogno lieve
Mi nasconderò
dietro un sospiro,
se alzerai lo sguardo
volerò con una foglia affidata al vento,
se camminerai a testa china
rotolerò tra i piedi nudi, sull’onda a riva
Non aspettarmi,
sono con te, ti accarezzo piano piano
Se saprai fermarti abbastanza
se lo sguardo saprà abbracciare il silenzio
solo allora... mi riconoscerai
C’era una volta una bimba
che rubava cuori
per farne collane
da regalare ai tristi.
Un giorno incontrò un drago blu,
uno di quelli grandi e gentili,
che conoscono sentieri segreti
tra giardini nascosti.
La bimba gli mostrò
il cuore tremante tra le mani,
e il drago capì.
Si inchinò;
lei salì in groppa,
e insieme volarono lontano
dal rumore
e dal battito del cuore impazzito.
Da allora camminano insieme,
di giardino in giardino,
tra fiori che ridono
e nuvole che li seguono.
Il gigante e la bimba:
così diversi,
così uniti,
cosi felici